Secondo una revisione sistematica della letteratura i livelli di disagio psicologico sono aumentati considerevolmente in tutto il mondo a seguito della pandemia (Bueno-Notivol et al., 2021).
Il Covid-19 ha sicuramente creato una sfida sanitaria globale senza precedenti che ha coinvolto l’intera popolazione. Sono stati descritti numerosi cambiamenti nel modo in cui le persone vivono la loro vita quotidiana: isolamento, distanziamento sociale, morte dei propri cari, allontanamento dalla famiglia, perdita o riduzione delle attività lavorative sono tutti fattori di rilievo (Settineri & Merlo, 2020).
Diversi studi hanno evidenziato l’impatto del Covid-19 sulla salute mentale delle persone rivelando un aumento dei sintomi di percezione della paura, ansia, depressione, somatizzazioni, sentimenti di solitudine e isolamento nonché una diminuzione della soddisfazione di vita in generale (Kathirvel et al., 2020). Di conseguenza, sembra che la prevalenza dei disturbi mentali abbia subito un aumento complessivamente significativo (Pierce et al., 2020; Winkler et al., 2020), possibilmente esacerbando fattori di rischio pre-esistenti in soggetti già vulnerabili (Benedetto et al. , 2022).
Uno dei gruppi sociali che è stato colpito in maniera particolare da tutti questi cambiamenti è quello degli studenti.
Già nell’ultimo decennio era stato registrato un aumento delle ricerche cliniche aventi come obiettivo lo studio della salute mentale degli studenti universitari evidenziando come l’ansia e lo stress fossero a livelli degni di attenzione clinica soprattutto in prossimità del periodo degli esami.
Un’ulteriore incremento di disagio è stato causato dalla pandemia che ha contribuito ad un’ampia diffusione di diversi sintomi psicologici, come stress e difficoltà di concentrazione (Baltà-Salvador et al., 2021), ansia e depressione (Galvin et al., 2021), tristezza, nervosismo, irritabilità con aumento delle ruminazioni (Commodari et al., 2021), disturbi alimentari, abuso di alcol/sostanze (Browning et al., 2021), disturbi del sonno (Debowska et al., 2020) e persino ideazione e tentativi suicidari (Xu et al., 2021).
Secondo alcuni autori la pandemia sarebbe stata la causa dell’esacerbazione di disturbi psicologici mediante incremento della paura legata al rischio di contagio (Rodríguez-Hidalgo et al., 2021), dell’isolamento sociale (Leal Filho et al., 2021) e dell’uso massiccio di dispositivi tecnologici per scopi didattici (Frisone et al., 2020).
Diversi autori, inoltre, hanno sottolineato come le lunghe ore trascorse sugli schermi in spazi condivisi e inappropriati, l’indisponibilità di dispositivi tecnologici e la difficoltà a “disconnettersi” dal mondo virtuale (Aguilera-Hermida, 2020) fossero la causa dell’aumento dei livelli di ansia e depressione tra gli studenti (Galvin et al., 2021).
Ma anche tra i ricercatori ci sono pareri discordanti.
Ad esempio, Bolatov et al. (2021) hanno visto come il passaggio dall’apprendimento tradizionale all’apprendimento online abbia alleviato i sintomi riconducibili al burnout, alla depressione, all’ansia e alla somatizzazione nonostante l’isolamento abbia accentuato i burnout e confermato il bisogno di condivisione vicinanza nei momenti stressanti.
Alcuni studi che hanno effettuato indagini longitudinali hanno illustrato che i livelli di distress sono progressivamente aumentati durante i due anni di pandemia. Meda et al. (2020) e Bolatov et al. (2021), confrontando alcuni dati del 2019 con altri raccolti alla fine del primo lockdown nella primavera del 2020, hanno trovato un aumento significativo dei sintomi di depressione, ansia (Bolatov et al., 2021; Meda et al., 2020), ossessioni e compulsioni, disturbi alimentari (Meda et al., 2020), burnout e somatizzazioni (Bolatov et al., 2021).
Più recentemente, Zurlo e colleghi (2022) hanno confermato una differenza sostanziale nei punteggi di ansia, fobie, ossessioni, compulsioni e psicoticismo indagati tramite SCL-90-R in tre misurazioni nel periodo post-Covid-19 (da aprile 2020 a novembre 2020, e di nuovo ad aprile 2021) rispetto a dati simili raccolti nel 2017.
Sono rilevanti anche alcune ricerche che hanno esaminato la presenza di fattori di rischio e di fattori protettivi contro la pandemia.
Ad esempio, Volken et al. (2021) hanno osservato che essere uno studente iscritto ai corsi per professioni sanitarie poteva essere un fattore protettivo contro lo stress generato dal Covid-19. Un altro studio condotto a giugno del 2020 ha dimostrato che l’età ha un effetto sulla gestione e sulla manifestazione del disagio (Rainford et al., 2021): gli studenti più giovani (iscritti al I o al II anno) erano più ansiosi e più preoccupati rispetto ai loro colleghi iscritti al IV o al V anno.
Altri studi si sono concentrati sul ruolo dei fattori psicologici nell’insorgenza dei sintomi di ansia e depressione.
Il gruppo di lavoro di Baiano (2020) ha utilizzato i punteggi dei test somministrati durante il periodo pre-lockdown (tra il 2019 e il 2020) per spiegare l’andamento dei sintomi psicologici rilevati nell’aprile 2020. Dividendo gli studenti in soggetti in base a “alti livelli di preoccupazione” o “bassi livelli di preoccupazione” utilizzando i punteggi del Penn State Worry Questionnaire (PSWD) del periodo pre-lockdown, gli autori hanno identificato i soggetti che hanno sofferto di più durante il periodo di pandemia. In altre parole, i soggetti predisposti a rimuginare e a produrre preoccupazioni hanno riportato sintomi psicologici significativamente più elevati rispetto ai soggetti poco preoccupati durante il lockdown.
Un altro studio interessante è quello di Biondi e colleghi (2021), in cui i ricercatori si sono concentrati sul potere predittivo dei tratti di personalità sulla modulazione dei sintomi che si sono formati a causa della pandemia.
Con la somministrazione del Personality Inventory (DSM-5-Brief Form) si è scoperto che tratti internalizzanti come distacco, affettività negativa e psicoticismo sono fattori di rischio per lo sviluppo di sintomi attribuibili ad ansia, depressione e stress e possono anche essere considerati predittori della manifestazione del disagio psicologico.
Altri ricercatori (Rollè et al., 2022), rifacendosi alla prospettiva della teoria dell’attaccamento, hanno descritto una relazione diretta tra ansia da attaccamento e stress percepito durante la pandemia di Covid 19 durante la fase di lockdown evidenziando, inoltre, l’effetto della solitudine e della percezione del rischio come fattori in grado di amplificare la sofferenza.
Più in particolare, l’attaccamento di tipo evitante era direttamente correlato allo stress percepito e inoltre questa relazione era in parte mediata dalla solitudine.
Un altro interessante studio che ha analizzato la connessione tra Covid-19 e salute mentale degli studenti è stato condotto nella primavera del 2020 (subito dopo la fine del lockdown). Meda et al. (2020), esaminando la storia psicologica dei partecipanti, hanno rilevato che i soggetti che avevano sofferto precedentemente di disturbi mentali erano quelli che soffrivano maggiormente nonostante la fine del primo lockdown. Studi di questo tipo evidenziano i fattori predisponenti allo stress e confermano quanto già descritto in letteratura riguardo la predisposizione ai disturbi mentali e la vulnerabilità allo stress (Arias et al., 2020). Tratti stabili della personalità, come l’instabilità emotiva e il nevroticismo, sono stati correlati a sintomi psicologici perché predispongono l’individuo a una maggiore reattività allo stress (Ormel et al., 2012). Si suppone, infatti, che un particolare periodo possa fornire i fattori di stress necessari ad aggravare condizioni a rischio per lo sviluppo di disturbi mentali. È anche possibile che l’ambiente fornisca stimoli minacciosi che causano l’iperattivazione dell’asse HPA, che è uno degli indici predittivi psicobiologici di ansia e depressione (Masi et al., 2001).
Risultati interessanti sono anche emersi da una ricerca condotta su 120 studenti dell’Università di Parma tra Aprile 2022 e Luglio 2022, e pubblicati sulla rivista internazionale Mediterranean Journal of Clinical Psychology.
Gli autori, che hanno confermato l’incidenza elevata di sintomi psicopatologici (ansia, depressione, somatizzazioni, ostilità) tra gli studenti universitari, hanno concentrato la loro indagine sull’individuazione di tratti della personalità associati alla sofferenza mentale.
Considerando l’attivazione ansiosa è emerso che i fattori individuali predittivi sono la tendenza a mantenere elevanti livelli di energia ma associata a scarsa stabilità emotiva, bassi livelli di apertura al cambiamento e difficoltà a “staccare la testa” dagli impegni lavorativi/accademici.
L’incapacità di rilassarsi, insieme ad altre caratteristiche quali difficoltà nella gestione delle emozioni, tendenza ad anticipare eventi negativi e a mantenere elevanti livelli di allerta e sospettosità, prediceva anche le lamentele somatiche.
Anche l’umore irritabile aveva come predittori l’elevata tensione nervosa associata a instabilità emotiva e paura per il cambiamento. Tuttavia, anche l’incapacità di manifestare il proprio disagio e, in generale, i propri stati interni sembrava accentuare l’ostilità a causa dell’incapacità di “sfogare la rabbia”. Infine, la tensione nervosa era un buon predittore anche dell’umore depresso, insieme alla scarsa audacia sociale, un indicatore dell’ipersensibilità in contesti sociali che favorisce attivazione e, conseguentemente, ritiro.
Lo studio condotto all’Università di Parma ha evidenziato come la tensione nervosa, il Fattore Q4 misurato mediante il Questionario dei 16 fattori di Personalità di Cattell, sia trasversale a tutta la sintomatologia. Secondo gli autori del test, questo tratto è elevato in quei soggetti che tendono ad essere agitati e irrequieti (Sirigatti & Stefanile, 2001).
La fonte della tensione riflette sia la tendenza della persona ad essere tesa ed irrequieta sia l’attivazione generata da una situazione di vita attuale. In altre parole, è possibile che la pandemia abbia aumentato i livelli di energia e di motivazione all’azione, ma anche che essa sia ostacolata e non adeguatamente indirizzata. Viceversa, lo psicologo può guidare questa spinta motivazionale e canalizzare le energie della persona in modo da favorire il perseguimento degli obiettivi di vita e l’adozione di comportamenti funzionali. In conclusione, avere la capacità di identificare i fattori individuali che predispongono al disagio psicologico è un’attività strettamente connessa al lavoro dello psicologo, il quale può predisporre l’implementazione di programmi di prevenzione primaria e secondaria o anche di intervento misurati e tagliati sul soggetto, proprio come un lavoro di sartoria.
Psiologa Sara Guidotti iscritta all’Albo dell’Emilia Romagna (n.9494).
Laureata in Psicobiologia e
Neuroscienze Cognitive all’Università di Parma, attualmente dottoranda di ricerca
presso i Laboratori di Psicologia Clinica, Psicofisiologia Clinica e Neuropsicologia
Clinica del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Cultore della Materia per il settore disciplinare di Psicologia Clinica (PSI/08) e tutor didattico per gli studenti di Psicologia del Boston College.
Perfezionata in Rilassamento muscolare progressivo profondo e Biofeedback, conseguimento della certificazione per il Biofeedback di I livello (Biofeedback Federation of Europe) e HeartMath Certified Practitioner (HeartMath Institute).
Contatti: sara.guidotti@unipr.it
Sede: Laboratori di Psicologia Clinica, Psicofisiologia Clinica e Neuropsicologia Clinica
(Plesso Biotecnologico Integrato), Via Volturno, 39, Parma – Sito Web
Il sito www.aiamc.it è il portale di riferimento italiano che raccoglie terapeuti specializzati in Terapia Cognitivo Comportamentale sul territorio italiano.
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